dal Manifesto-Cinema: L’orrore nei meandri di un desiderio profondo e segreto

Eli Harboe e Kaya Wilkins in «Thelma»

Ragione o sentimento? Religione o istinto? Meglio assecondare la propria indole, i desideri, le pulsioni, o piuttosto reprimere ciò che davvero sentiamo di essere, magari perché la natura ci chiama verso sponde per così dire «peccaminose» o comunque poco ortodosse secondo i dettami altrui? A ben vedere l’orrore, in Thelma, opera quarta del regista norvegese Joachim Trier che se vogliamo mantenere entro i confini del genere «horror» deve necessariamente essere definito come «esistenziale», risiede proprio in questo conflitto tra opposti: nella tensione di una giovane donna alla scoperta di se stessa e del mondo, oppressa dai dogmi religiosi di una famiglia rigidamente cristiana, castrante e manipolatrice dietro l’apparente inattaccabile moralità.

I rovelli messi in scena da Trier in quello che, a oggi, è il suo film migliore (accolto con favore a Toronto e al BFI London Film Festival, candidato norvegese agli Oscar senza essere entrato nella cinquina, e ora distribuito in Italia dalla Teodora Film), appartengono a un’introversa ragazza di provincia, la Thelma del titolo (Eili Harboe), cresciuta all’interno di una famiglia ultra religiosa e alle prese con la sua prima esperienza di vita lontano da casa, a Oslo, dove frequenta il primo anno di Università.

Non ha vizi, Thelma. Non fuma, non beve, rientra presto la sera. Ma la vita, con tutta la sua dose di imprevedibilità, bussa alla porta un pomeriggio, in biblioteca, quando incontra la bella Anja (la modella Kaya Wilkins, per la prima volta sullo schermo), studentessa del suo corso per la quale prova, corrisposta, un’attrazione che la turba. All’origine del turbamento, si evince chiaramente il risveglio sessuale di Thelma. L’irrazionalità animale che prende il sopravvento, incontrollabile.

Come quelle crisi (apparentemente) epilettiche che la colpiscono ogni volta che l’inconscio sta per avere la meglio. Un’esternazione fisica del senso di colpa, forse. O la repressione di un desiderio inconfessabile che trova sfogo. Quale sia la causa, la dirompenza di quella forza interiore pronta a esplodere è così forte che a ogni crisi si accompagnano strani fenomeni: luci a intermittenza, uccelli morti, sparizioni. Gli esami clinici mirati a scoprire l’origine di queste manifestazioni, spingono la ragazza a indagare nel suo passato e in quei «segreti di famiglia» in cui si celano traumi irrisolti, rancori, misteri, segreti. Come quello di una nonna data per morta e invece «solo» ricoverata in una clinica, assente, smarrita, o quello ancora più inquietante (che qui non sveleremo) che risiede nell’infanzia di Thelma e che spiega ogni cosa.

È in questo equilibrato mix tra dimensione fantastica e realtà che Thelma trova la giusta chiave di volta. Nell’incontro tra il racconto di formazione in senso metaforico e il cinema di genere, sul crinale tra superstizione e verità. Potrebbe essere una favola nera dalla forte connotazione simbolica (gli elementi freudiani abbondano: boschi, serpenti, uccelli), un film fantastico abitato da nuove streghe (ossia donne sessualmente libere), ma anche un coming-of-age in cui si racconta di una ragazza e del suo percorso di emancipazione e di conquista della libertà. Carrie? Relativamente. Se il punto di partenza – quello di una ragazza repressa dotata di poteri sovrannaturali – può sembrare vicino, le atmosfere, soprattutto, portano altrove. A Nord. Nei paesi scandinavi, dove il rigore è di casa.

Tra atmosfere sospese, laghi ghiacciati, boschi innevati (ma, per contrasto, anche nella modernità del contesto urbano). E perverse inquietudini. Che (Bergman lo sapeva bene) risiedono quasi sempre all’interno delle pareti domestiche. Se Thelma è un film horror, è un horror esistenziale, si diceva. Perché più che la paura, in questo film alberga la tensione, il turbamento, il mistero. A meno che per paura, non si intenda il timore di mostrarsi per ciò che si è.

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