dal Manifesto-CULTURA Le radici «narranti» delle rovine di Valentina Porcheddu

In alto, una ricostruzione con tecnologia digitale degli Horti farnesiani © Electa

Al visitatore che, con passo lento, vorrà ammirare le rovine del Palatino si offrirà oggi uno spettacolo supplementare, fatto non solo di pietre antiche ma anche di fiori e piante «narranti». Allori, cipressi, tassi, alberi di agrumi, rampicanti e rose damascene sono stati infatti ripiantati nell’area archeologica che va dalla Via Nova, al limite del Foro romano, fino alle Uccelliere Farnese per raccontare la storia di un giardino scomparso. Ed è proprio la conclusione dei restauri realizzati dal Parco Archeologico del Colosseo nei padiglioni delle Uccelliere, con il Teatro del Fontanone e la Casina (o Casino del Belvedere), e finanziati in parte dal World Monuments Fund di New York ad aver ispirato la mostra Il Palatino e il suo giardino segreto. Nel fascino degli Horti Farnesiani.

INAUGURATA agli inizi di questa primavera e visitabile fino al 28 ottobre 2018, la rassegna – curata da Giuseppe Morganti e promossa da Electa – è un percorso diffuso che ambisce a riportare in vita il sogno verde della dinastia Farnese. Sul colle dove, secondo la leggenda, germogliò l’Urbs, a metà del XVI secolo s’intraprese il progetto di un giardino unico al mondo perché nato da una terra feconda di re e imperatori. Viali, aiuole, statue e altre opere d’arte – elementi indispensabili di un giardino rinascimentale – trovavano sul Palatino un legame concreto e non solo ideologico con l’Antico. Con il possesso del luogo che ha segnato la grandezza di Roma, la nobile famiglia dei Farnese, ascesa al soglio pontificio, intendeva affermare la propria posizione nel quadro politico e istituzionale. «Horti Palatini Farnesiorum» recitava l’iscrizione classicheggiante del portale, attribuito al Vignola, un tempo in asse con la volta centrale delle tre superstiti della Basilica di Massenzio e, dal 1957, situato all’ingresso del Parco Archeologico del Colosseo in Via di San Gregorio. Un’incisione di Giovanni Battista Falda del 1667 pubblicata nel prezioso catalogo dell’esposizione (Electa, pp. 125) descrive gli Orti nel loro aspetto compiuto, così come volle «disegnarli» Odoardo I Farnese, duca di Parma e Piacenza, in occasione delle sue nozze con Margherita de’ Medici nel 1628. Sebbene la veduta di Falda sia un’astrazione figurativa non totalmente fedele alla realtà, l’opera divenne un vero e proprio manifesto di arte giardiniera, che ispirò le corti europee nei secoli successivi.

DELLA SCENOGRAFICA impresa iniziata da Alessandro Farnese nel 1537 con l’acquisto di vari appezzamenti fra le pendici del Palatino sul Foro e la sommità della collina, fino al versante che si affaccia sul Circo Massimo, e poi proseguita da Odoardo (con un breve intervento di Ranuccio tra il 1556 e il 1565), restano pochi lacerti. L’inesorabile fine dei giardini, che già avevano subito un declino quando Ranuccio II – alla metà del Seicento – trasferì la corte a Parma, fu decretata dagli scavi archeologici condotti da Pietro Rosa per conto dell’imperatore francese Napoleone III, il quale nel 1861 aveva comprato gli Orti con fondi personali.

IN QUEGLI ANNI le coltivazioni vennero completamente distrutte, le fontane riadattate e le Uccelliere che ospitavano estrosi volatili trasformate nell’abitazione dell’archeologo. E se Rodolfo Lanciani, nominato direttore degli scavi nel 1876 dal governo italiano, ridusse drasticamente la superficie dei giardini, agli inizi del ‘900 il pioniere della scienza stratigrafica Giacomo Boni – che scelse poi di esser seppellito negli Orti – reintrodusse essenze esotiche e riportò alla luce edifici del XVIII secolo coperti da detriti e vegetazione.
L’attrazione per i resti delle domus imperiali affioranti sul Palatino, che erano divenuti strumentali al progetto dei Farnese provocarono, insomma, il sacrificio dei giardini e di parte degli edifici che li abbellivano. Il viaggio a ritroso pensato da Morganti richiede uno sforzo immaginifico, supportato però da pannelli illustrati e tecnologie immersive. Queste ultime sono state installate nel Ninfeo della Pioggia, triclinio estivo dei Farnese ed unico elemento degli Orti a esser arrivato integro fino a noi. Un videomapping ricostruisce lo spazio interno del monumento un tempo decorato da affreschi, sculture a tutto tondo e teste antiche poste in nicchie ovali. Grazie al restauro conclusosi nel 2017, anche il Teatro del Fontanone ha recuperato il suo aspetto originario, con la composizione di vasche sovrapposte. All’interno delle Uccelliere – fresche di una patinatura cromatica bitonale – sono state inoltre collocate due statue di eccezionale valore provenienti dalla collezione Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si tratta del Barbaro inginocchiato in marmo nero antico e pavonazzetto e Iside Fortuna, in marmo bigio morato, due capolavori del passato che nel loro intatto fulgore riaccendono lo spirito di un eden perduto.

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