da Repubblica-Robinson Eroi di ieri. Ettore e Achille per me pari son     di Matteo Nucci

Ettore. Umano, tenero, orgoglioso. Achille. Spietato, duro, arrogante. Ettore, il vinto. Achille, il vincitore. Preferisci Ettore o Achille? Vincere a costo di essere considerato inumano? O perdere ma salvare la bellezza e l’altezza dei sentimenti? È difficile capire come mai da generazioni, ragazzini e adolescenti vengano spinti a cadere nel tranello di un’alternativa così poco corretta, artificiosa, banale e piena di una retorica vuota che agli antichi era estranea. Ma è molto difficile solo se si dimentica che in effetti pochi leggono per intero i poemi omerici e chissà perché, visto che si tratta di opere semplici, appassionanti, grondanti una tale potenza che restano non solo il principio ma anche la vetta della letteratura occidentale. Del resto, versioni semplificate, film, cartoni animati, ovvero tutta quella mondezza che si è sostituita a Omero per renderne veloce e acritica la lettura, ci ha convinto che nei poemi troveremo il cavallo di Troia, per esempio, o il tallone di Achille, o altre storie che mai gli aedi omerici cantarono. Ma così vanno le cose. Riassumere il dramma in due nomi. Achille contro Ettore. Figuriamoci. Per gli antichi, l’opposto caratteriale di Achille era semmai Odisseo. Achille schietto, sincero fino al controsenso, incapace di escogitare mezzi per abbindolare il nemico, sempre dritto contro il bersaglio. Odisseo astuto, menzognero, ingannevole, costantemente dedito ad aggirare il nemico anziché corrergli incontro per duellare contando solo sulla mente anziché sulla forza fisica. Opposto caratteriale di Ettore era semmai il fratello Paride, vigliacco, seduttore, insensibile, capace soltanto nei passi di danza e nel correre appresso alle gonne delle ragazze.
Ma Ettore e Achille invece? Certo, si sfidarono. Achille uccise Ettore per vendicare la morte del compagno Patroclo. E tuttavia, al di là di questo duello finale, Ettore e Achille non sono così diversi. Seguono gli stessi principi, rispettano la casa e la difendono, lottano anche se preferirebbero vivere pacificamente, soprattutto entrambi sanno di dover morire giovani, entrambi detestano il loro destino, entrambi lo accettano e si convincono che verrà loro riconosciuta l’immortalità, l’unica immortalità concessa agli umani, quella che sopravvive attraverso il canto epico, ovvero attraverso la letteratura. Certo, Ettore aveva qualche anno in più di Achille e in questo fu più fortunato. Aveva sposato una moglie tenera, tenace e fedele, Andromaca, da cui aveva avuto un figlio, Astianatte. Achille non ebbe il tempo di metter su famiglia. Solo ragazze che gli riempivano le notti, concubine. Certo, Ettore aveva solo intuito che la fine per lui e per la sua città sarebbe arrivata inesorabile. Mentre Achille lo sapeva fin dal principio, sapeva che la sua morte sarebbe arrivata prima di espugnare Troia e mai più sarebbe tornato a casa. Che fosse intuizione o consapevolezza, sia Ettore che Achille sapevano che la guerra non avrebbe portato che mali, combatterono come ci sia aspettava da loro e lo fecero con la grazia degli uomini che si sottomettono alla sorte o al destino, vagheggiando di rimanere immortali attraverso il canto degli aedi. Ma in questo ebbero ragione. Perché noi siamo qui a parlarne. E li ricordiamo in quell’immagine in cui ci si mostrano alla fine del poema, quando Priamo, re di Troia, rifiuta ogni consiglio e si avventura da solo, di notte, nel campo nemico, per raggiungere la tenda di Achille e chiedere la restituzione del corpo di suo figlio. Achille osserva Priamo, un vecchio che ha perso il figlio più amato. In lui vede suo padre che mai più riabbraccerà. Priamo osserva Achille, il giovane eroe destinato a morire. In lui vede il figlio il cui corpo giace poco lontano. Allora Priamo e Achille si abbracciano e piangono. Non ci sono vincitori né vinti nei poemi omerici. Solo padri e figli. Uomini e donne che piangono i rispettivi dolori. Così, quando noi, a tre millenni di distanza, ci emozioniamo a vedere Priamo che abbraccia Achille come se fosse suo figlio, scopriamo che Ettore e Achille sono due facce della stessa medaglia, addirittura un uomo solo in lotta con sé stesso e il proprio dolore. Allora torniamo indietro agli anni in cui ci sfidavamo per essere Ettore o Achille. E ripensiamo agli amici perduti. A quelli che ci erano fratelli e non lo avevamo capito. ?
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